“La ventisettesima città”
giovedì 13 marzo 2008



“E se la città fosse lui? Ancora più che situato al centro: la cosa in se stessa?
Nato negli anni più bui della Depressione, si era fatto strada a forza di spallate fino a raggiungere un certo grado di luminosità, demolendo, spianando e costruendo più in alto, costruendo l’Arco, costruendo complessi di natura avveniristica e, al tempo stesso solidi, gli anni d’oro di Martin Probst. Dentro, tuttavia, era malato, e anche la città era malata dentro, strozzata da ragioni non digerite, tormentata dalle menzogne. La cospirazione invadeva la circolazione centrale sanguigna della città mentre lasciava intatte le superfici, impazziva intorno a lui e dentro di lui mentre lui stava seduto, in apparenza invisibile, non considerato, non coinvolto, eppure lì, ben presente, nell’identificazione della sua vita con la vita della città, al punto da vedersi inghiottito in essa. Più era una figura, meno era una persona. Più completa era tale identificazione, più completamente lui veniva escluso” [tratto da Jonathan Franzen, La ventisettesima città, Giulio Einaudi editore SpA 2002].
Con l’arrivo del nuovo, carismatico capo della polizia, S. Jammu, indiana di Bombay, l’apatica St. Louis dipinta da Franzen (autore, fra gli altri, dei romanzi Strong Motion e Le correzioni, Einaudi 2002) comincia in (troppo?) poco tempo a rifiorire: “St. Louis era arrivata alle luci della ribalta. Aveva curato i suoi mali. Contro ogni previsione e probabilità, stava diventando qualcosa di grande.
I profeti locali erano al ventisettesimo cielo.
Ma la città? La sua autocommiserazione e autoesaltazione? Quella parte di sé che non dimenticherà e che aveva chiesto: perché noi?
Era morta. La prosperità, Jammu e l’attenzione della nazione l’avevano uccisa. Ormai St. Louis era un’altra storia di successo, felice nel modo unidimensionale di tutte le città prospere. Se mai aveva avuto qualcosa di straordinario da dire al Paese, qualcosa per ammonirlo o ispirarlo, ora non c’era più”.
Perché per le città, così come per le persone, il raggiungimento dell’apice non è che l’inizio della parabola discendente.
Finisce per comprenderlo bene Martin Probst, probo abitante di St. Louis nonchè costruttore dell’Arco, suo orgoglio edilizio e simbolo della città del Missouri: “… vide la città. Era St. Louis. L’Arco stava enorme, immobile su uno sfondo di foschie a colori vivaci. Era St. Louis. Era la città teatro dei sogni di tutta la sua vita [...]; la città che non aveva mai smesso di ricordare e immaginare: era proprio la città, ed era completamente diversa dalla città che aveva in testa, anche se identica nei particolari; completamente integra, poiché la realtà schiacciava i singoli punti di riferimento”.
S.S. (che, in omaggio alla sua città, ha accompagnato a questo testo le rielaborazioni di una foto dell’Arco di Traiano di Ancona)

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